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Attesa per l’uscita del romanzo di Abdolah

“Ho scritto questo libro per l’Occidente. Ho scostato il velo per mostrare l’Islam come modo di vivere… un Islam moderato, domestico, non quello radicale.”
Kader Abdolah spiega con queste parole la motivazione profonda che lo ha spinto a scrivere La Casa nella Moschea (titolo originale Het huis van de moskee), la cui traduzione italiana vedrà la luce nei primi di settembre grazie a Iperborea (pp. 472 – € 18,50 – ISBN 978-88-7091-163-3).
Kader Abdolah è nato in Iran nel 1954 ed è stato perseguitato prima dal regime dello scià e poi da quello di Khomeini. Nel 1988 ottiene asilo politico in Olanda, dove ricomincia una nuova vita, impara la lingua e diventa l’autore di romanzi di successo scritti direttamente in olandese.
Iperborea, casa editrice specializzata nella letteratura del Nord Europa, ha già pubblicato diverse opere di Abdolah.

Per chi vuole comprendere la cultura del popolo olandese, le opere di Abdolah offrono un preziosissimo spunto e un ritratto fresco e genuino di questa nazione.

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Europei 2008 e il “biscotto”

A una dozzina di ore dagli incontri Italia-Francia e Olanda-Romania, la stampa italiana avverte l’opinione pubblica che i bookmakers danno favorita la Romania e che, di conseguenza, vedono più probabile l’ipotesi “biscotto”, ovvero un accordo tacito tra la nazionale olandese e rumena a scapito di quella francese e italiana.

Gli scommettitori, di solito, ci indovinano, altrimenti farebbero un altro mestiere nella vita. Io, invece, non sono bravo con le scommesse sportive ma qualcosa vorrei pur dirla.

In questo caso è stata valutata la psicologia dell’olandese. Gli olandesi non sono come gli italiani, furbetti dal più piccolo dei quartieri al più grande dei Palazzi, e non amano le cospirazioni. Le cospirazioni sono pane quotidiano per gli abitanti dello stivale, dal tempo dei romani fino ai Comuni e al Rinascimento, quando nobili signori e famiglie potenti erano selvaggiamente in lotta tra di loro per il potere (ancora oggi la situazione non mi sembra particolarmente cambiata).
Le cospirazioni sono pane quotidiano per i francesi (Robespierre, la ghigliottina e la rivoluzione lo confermerebbero).

Ciò che non è chiaro agli scommettitori è che le cospirazioni non sono (più) pane quotidiano per gli olandesi, che in linea di massima sono gente seria, onesta e ligia ai propri doveri. Hanno dichiarato che daranno il massimo nella partita contro la Romania? Hanno lasciato intendere che giocheranno bene, anche a rischio di incontrare nuovamente Italia o Francia in semifinale? Bene, lo faranno.

La mia scommessa, dunque, è che manterranno fede alle loro promesse. L’Olanda non è né una squadra né un popolo che ha voglia di perdere la faccia o rimetterci la reputazione per una partitella al biscotto. Chi non si preoccupa di perdere la faccia, di solito, sono gli italiani, che non si vergognano di mostrare pubblicamente i sotterfugi con cui tentano di truccare le partite del campionato, la borsa e le leggi dello Stato per i propri interessi.

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L’Italia battuta dall’Olanda

Durante la partita ho ricevuto numerosi messaggi dai miei amici olandesi. Mi chiedevano, per lo più, se mi stessi divertendo almeno quanto si stavano divertendo loro.
E’ stata una sconfitta storica, proprio nel giorno in cui tutti, qui in Olanda, si aspettavano con aria rassegnata un trionfo italiano.
A questo punto, mi domando fino a quando durerà l’orgoglio olandese per aver battuto i campioni del mondo in carica? Credo che loro, e forse anche noi, difficilmente ci scorderemo di questa partita.

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Parlare la lingua dell’ignoranza

Quando arrivai la prima volta in Olanda, per motivi di studio, ricordo che fui colpito dalle cassiere. Non (solo) perché erano bionde e belle, ma soprattutto perché erano sorridenti e gentili.

Intanto salutavano ogni cliente man mano che la fila, rigorosamente rispettata, procedeva ordinata. Poi mi ripondevano in inglese senza difficoltà (in Olanda le cassiere, parlano l’inglese meglio di qualunque ministro della Repubblica Italiana, anche se in teoria un ministro ha studiato di più e dovrebbe avere una visione più internazionale di una cassiera). Infine non sembravano infastidite dal fatto che io, straniero, mi rivolgessi a loro ignorando la loro lingua madre e dando per scontato che “dovessero” capirmi.

Il particolare più interessante, tuttavia, veniva al momento di dare il resto. Aspettavano che tendessi la mano, e sul mio palmo riponevano le monete. Diciamoci la verità: anche se noi italiani ci abbiamo fatto l’abitudine, gettare il denaro sul bancone somiglia al gesto di pagare una prostituta con disprezzo.

A conferma di quanto diversa sia l’Italia da qualsiasi altro paese civile, ho trovato di recente un articlo su La Sicilia. Inutile dire che sottoscrivo pienamente tutto quello che contiene, in quanto sono stato spesso testimone di simili episodi.

Che sia forse il caso di ripensare all’educazione partendo proprio dalle lingue straniere?

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Koninginnedag

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Domani è il giorno della regina (koningin=regina, dag=giorno), ma la festa comincia stanotte. Musica nei locali, nei tendoni, all’aperto. L’Olanda si colora di arancione ed è pronta a divertirsi. E poi c’è il libero mercato: chiunque può mettersi per strada e vendere qullo che vuole. Per qualcuno è tempo d’affari: nel giorno della regina tutte le transaioni economiche sono esenti da tasse.

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L’inno degli italiani che vivono all’estero

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Pudore (dal dizionario italiano-olandese)

Quando ho ripreso col karate qui in Olanda, mi è capitato di frequentare delle lezioni con gente di tutte le età, bambini compresi.
Ora bisogna sapere che agli allenamenti di karate ci si presenta indossando il karate-gi, che sarebbe un vestito di cotone grezzo e molto doppio, formato da un paio di pantaloni, una giacca e una cintura.
A meno che non si tratti di versioni moderne con l’elastico, i pantaloni tengono su grazie a dei lacci che si stringono in vita. La giacca, di per sé molto ampia, richiede di essere allacciata tramite due coppie di lacci all’altezza dei fianchi, mentre la cintura si annoda alla vita con un complesso meccanismo di sovrapposizioni e doppi nodi.

È naturale che i giovani allievi, soprattutto ai primi tempi, abbiano qualche difficoltà a indossare il karate-gi. Di solito chiedono aiuto al maestro o a qualche grande che si trova nei paraggi.

A volte, però, capita che gli allievi siano davvero piccoli (tra i cinque e sette anni, per intenderci) e allora la faccenda diventa complicata. Se a quell’età allacciarsi le scarpe può rappresentare un problema insormontabile, figuriamoci cosa possa significare indossare il karate-gi.

Siccome il karate è una disciplina per tutte le età, negli spogliatoi si vedono individui che vanno dai cinque agli ottantacinque anni (o anche più).

Un giorno mi è capitato di vedere una signora che entrava col bambino nel nostro spogliatoio. All’inizio ho pensato che si fosse sbagliata, ma poi ho capito che quello che si stava sbagliando ero io.
Come se nulla fosse, la signora ha fatto sedere il figlio sulla panca, lo ha spogliato e l’ha aiutato a indossare il karate-gi.
La cosa più strana, a mio avviso, è stata l’assenza di reazioni da parte degli altri. Nessuno ha protestato, nessuno ha commentato, nessuno sembrava essersi accorto della donna che aiutava il proprio bambino nel bel mezzo di uno spogliatoio maschile.
Tutti hanno continuato a fare quello che stavano facendo, cioè restare togliersi i vestiti di dosso, restare in mutande e infilarsi dentro a un karate-gi.
Devo dire, giusto a scanso di equivoci, che la signora che accompagnava il putto non era un’esaltata di mente o una guardona, perché nel corso degli allenamenti ho potuto appurare che qualche altra mamma si è aggiunta alla muliebre compagnia.

Anche stavolta, nessuno ha fiatato.
La verità è che, qui in Olanda, a nessuno verrebbe mai di strillare per essere stato sorpreso/a in déshabillé, mentre in Italia basta girare la maniglia di una porta che qualcuno ha dimenticato di chiudere a chiave per farsi distruggere i timpani.

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