I ricatti dei piccoli giornalisti-editori

Non so se avete mai notato il fenomeno della cosiddetta “free press”, ovvero quei periodici di informazione che sono distribuiti gratuitamente e si trovano generalmente sul tram, nelle stazioni ferroviarie o sui tavolini dei bar.
Esistono giornali distribuiti gratuitamente nelle più grandi aree metropolitane, dando l’impressione che la pubblicazione sia destinata a un pubblico nazionale (per esempio “Leggo”, di Caltagirone Editore), oppure esistono versioni italiane di catene internazionali di free press (come lo svedese “Metro” della Modern Time Group). Ad ogni modo, non è della free press nazionale che mi preme parlare ma di quella locale, assai più interessante dal punto di vista massmediologico.

Svariati quotidiani e un numero enorme di settimanali gratuiti sommergono ogni città di provincia. Vi siete mai chiesti come mai, visto che sono delle pubblicazioni esteticamente orribili, povere di contenuti, inaccurate ed estremamente dannose all’ambiente?

Tra l’altro, l’editoria è in perenne crisi, i lettori scarseggiano, i grandi giornali vivono da parassiti grazie ai finanziamenti pubblici. Come mai, allora, le pubblicazioni gratuite locali prosperano e si moltiplicano? Come si sostengono i costi per pagare le spese fisse della redazione (luce, telefono, riscaldamento, manutenzione computer, licenze dei programmi), la tipografia e il compenso che spetta ai collaboratori?

Il trucco è semplice.
Prima di tutto, niente redazione. Per mettere insieme otto paginette alla settimana bastano un paio di giornalisti (o pseudo tali), che scrivano qualche pezzo nel tempo libero. Tanto a loro il tempo libero non manca, soprattutto se sono tra i pochi fortunati che hanno ancora un vecchio contratto a tempo indeterminato, sono assunti dal giornale per il quale scribacchiano senza troppa passione tutti i santi giorni e ricevono lo stipendio anche se scaldano la poltrona. Ecco, molti articoli che finiscono sui periodici locali distribuiti gratuitamente sono scritti nelle redazioni di giornali un po’ (ma senza esagerare) più seri durante quelle lunghe pause che generalmente il giornalista stipendiato dedica al dolce far nulla, al rito del caffè e alle chiacchiere da saloon coi colleghi del suo rango. Verè che le redazioni sono invase da precari, ma agli occhi di questi ultimi i caporedattori e i cronisti raccomandati si mostrano sempre indaffarati anche quando scaldano la poltrona.
Di questo passo i pezzi da destinare alla pubblicazione free press si mettono insieme in modo abbastanza scriteriato lungo il corso della settimana e si scrivono sul posto di lavoro ufficiale o a casa. Così si evitano i costi per mantenere una redazione vera (intesa come luogo). Nel riquadro dove si riporta la gerenza del giornale, e al tribunale presso cui la testata è registrata, si fa normalmente figurare l’indirizzo di casa del direttore. Che per legge è un giornalista. Che spesso è anche l’editore.

Secondo punto. Niente collaborazioni retribuite. I collaboratori, se vogliono, lo devono fare a “titolo gratuito”. Dopotutto il mondo è pieno di aspiranti giornalisti, scriventi maldestri, stagisti e studenti universitari che scriverebbero gratis in cambio della gloria. E poi, sai che soddisfazione vedere la propria firma, anche sulla cartastraccia. Qualche collaboratore più sveglio, ogni tanto, riesce a strappare la promessa che un giorno potrà iscriversi all’ordine dei giornalisti col beneplacito dell’editore e del direttore responsabile – per chi non lo sapesse, requisiti entrambi necessari per accedere all’albo professionale. Nel frattempo, visto che ci vogliono non meno di due anni, continua a cedere alle promesse da marinaio e a scrivere gratis. Dopotutto scrive sempre per una testata free.

Terzo punto: la pubblicità. Argomento spinoso, questo, che dovrebbe rappresentare l’introito principale del giornale, quello che dovrebbe garantire la vita della pubblicazione, pagando gli stipendi dei giornalisti e i conti della tipografia.
Diciamo subito che il negozio dietro l’angolo non è disposto a pagare grosse cifre per un’inserzione. Ricordiamoci che si tratta di un periodico a diffusione locale. I lettori non sono che diverse centinaia – quando va bene – e il tornaconto dell’inserzionista, in termini di marketing, è sempre limitato.
A questo punto entrano in scena quell’atteggiamento tipico, e del tutto italiano, che è proprio della stampa locale: rapporti con amministratori ed enti comunali e provinciali, tresche, inciuci, connivenze, strizzate d’occhio. Favori in cambio di privilegi. Una mano aiuta l’altra. Spartiamoci la torta e mangiamoci tutti quanti.
La pubblicità della free press locale, quella sostanziosa e generosa, viene dalle pubbliche amministrazioni. Il piccolo artigiano o il commerciante che sporadicamente acquistano per una manciata di Euro uno spazio sul giornale non risollevano di certo i bilanci della pubblicazione.
Il giornale campa con pochi ma ben assestati interventi che vengono dalla Provincia, dal Comune, dall’Assessorato tal dei tali. Finanziamenti elargiti con il denaro pubblico, che vanno a finire nelle casse di questi giornalacci sottoforma di pubblicità di eventi, e grazie ai quali i piccoli quaquaraquà della politica locale tengono a bada la stampa, potenzialmente ostile nei loro confronti.

Ecco, a questo punto, che si instaura un rapporto perverso tra politica locale e free press locale. Da una parte c’è il politicante di turno – sindaco, assessore, consigliere, presidente della provincia, direttore di azienda sanitaria – che si ingrazia un’organo di stampa potenzialmente scomodo qualora cominciasse a fare il proprio dovere (leggi: domande scomode, investigazioni giornalistiche, inchieste sull’operato della pubblica amministrazione, resoconto imparziale sulla qualità dei servizi erogati ai cittadini). Dall’altra c’è il giornalista che, da solo o insieme a qualche collega, si trasforma in editore e si inventa un giornale orribile solo per incassare soldi della pubblicità pagata con le tasse dei cittadini. Altro che informare la collettività… Certi giornalacci locali, di fatto, rubano i soldi alla gente e si nutrono, come sanguisughe, delle tasse versate dagli stessi potenziali lettori.

Ogni tanto, a causa di qualche incomprensione, o magari perché la torta disponibile è troppo piccola, la pubblicità non arriva. Qualche giornaletto rimane escluso dalla pioggia di gettoni che casca dalle amministrazioni locali e va a piovere sulle altre testate concorrenti. E allora, che si fa?
Il direttore, che come abbiamo detto è spesso anche l’editore, scrive un editoriale sgrammaticato, dove attacca il politico che non gli ha concesso lo stesso trattamento d’oro riservato agli altri. Certo, non lo accuserà di avergli fatto mancare una ghiotta somma di denaro, ma troverà qualche altro pretesto per attaccarlo. Trovare una pecca nell’operato di un politico è la cosa più semplice al mondo, anche per il più incompetente dei giornalisti.

Se il politico non si ravvede, la free press locale continua a martellare su di lui e sulla sua reputazione. Finché si trova di nuovo un accordo e si ricompone l’armonia spezzata: una pubblicità più consistente al prossimo turno, un favore personale, oppure un incarico di ufficio stampa alla prossima manifestazione dell’assessorato. Dopotutto, il giornalista-direttore-editore è liberissimo di esercitare la libera professione e farsi pagare profumatamente per un impegno che gli viene offerto dal caro amico assessore.

© Giuseppe Raudino

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