Archivi del mese: aprile 2008

Koninginnedag

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Domani è il giorno della regina (koningin=regina, dag=giorno), ma la festa comincia stanotte. Musica nei locali, nei tendoni, all’aperto. L’Olanda si colora di arancione ed è pronta a divertirsi. E poi c’è il libero mercato: chiunque può mettersi per strada e vendere qullo che vuole. Per qualcuno è tempo d’affari: nel giorno della regina tutte le transaioni economiche sono esenti da tasse.

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Il record degli errori

Il Corriere della Sera riporta una notizia molto sciocca: in una citta belga circa 1300 persone si riuniscono in piazza, ficcano una caramella (Mentos) dentro una bottiglia contenente una bevanda gassata (Coca Cola light), innescando contemporaneamente una reazione chimica che fa riversare il contenuto della bottiglia in aria. Il risultato: record da Guiness dei primati.

L’autore dell’articolo, un certo Elmar Burchia, riesce a fare anche lui un bel record da Guiness, disseminando tre errori in cinque righe.

Per prima cosa scrive: “della città belga Leuven” anziché “della città belga di Leuven”. Evidentemente, né lui né i colleghi del Corriere hanno mai sentito parlare di complemento di denominazione. Cosa scriverebbero se dovessero parlare di loro stessi? Che il Corriere è il fiore all’occhiello “della città italiana Milano”? O forse di tutta l’Italia…

Secondo errore. Burchia scrive di bevande gassate come la “Coca Cola Light o la Diet Coke”. Non l’ha mai sfiorato l’idea che le due bevande elencate possano essere la stessa cosa (come, in effetti, sono)?

Il terzo errore riguarda l’omissione di un’altra preposizione semplice, come il primo caso. Scrive Burchia: “organizzata a scopo benefico Fritz Grobe” anziché “organizzata a scopo benefico da Fritz Grobe”.

L’articolo, così come è apparso sul web, è visibile qui (ho sottolineato gli errori).

A questo puno mi pongo due domande. Che rispetto hanno certe testate verso i propri lettori, se non vogliono perdere un solo minuto in più per confezionare una notizia scritta in modo decente e accurato? E poi, altra domanda, quanto guadagna un giornalista che fa 3 errori ogni 5 righe?


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Se lo stupratore è romeno

Il Corriere della sera, “prestigioso e autorevole” quotidiano nazionale, lascia che a riempire le sue pagine siano degli incompetenti. Pur di conquistare l’attenzione del lettore si inventa la notizia, urlando nel titolo qualcosa che, appena qualche riga più avanti, viene smentita.
In questo modo un tentativo di aggressione alla psicologa che visita in carcere uno stupratore passa per un’aggressione vera e propria.
Siamo tutti d’accordo che gli stupratori non meritano il nostro rispetto, ma la legge ci obbliga a trattare ogni persona “presumendo” che sia innocente fino al momento in cui un tribunale non abbia dimostrato il contrario.
Il giornalista che ha compilato il testo ha suggerito surrettiziamente ai lettori che il cittadino rumeno abbia commesso una seconda aggressione a distanza di poche ore dalla prima e sempre ai danni di una donna. Poi si contraddice e afferma che si è trattato di un tentativo di aggressione, senza peraltro spiegare, indagare e soffermarsi su come sia avvenuto questo tentativo.
Certe notizie, date così alla leggera (o addirittura col preciso intento di deformare la realtà) possono influenzare non solo l’opinione pubblica nei riguardi dei cittadini provenienti dalla Romania, ma anche un eventuale giudice che legge l’articolo e che poi cova un inconscio pregiudizio nel momento di deliberare.
Il cronista avrebbe riportato la notizia se lo psicologo fosse stato un uomo? E poi, perché sottolineare la nazionalità del presunto stupratore? Per quanto rigarda l’accaduto, infatti, la nazionalità non era più rilevante del colore dei capelli del sospettato.

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Finalmente cintura nera

Finalmente cintura nera. L’ultimo esame, quello di cintura marrone, lo avevo superato nel 1989. Poi avevo lasciato perdere, poi avevo ricominciato per un po’, poi avevo smesso definitivamente. O quasi.
Da quando mi sono trasferito in Olanda mi sono ritrovato con meno pensieri e con più di voglia di fare. Ho ripreso alcune vecchie passioni che si erano arrugginite, e il karate era una di queste. La cintura nera era quel passo finale al quale, per qualche strana ragione, avevo rinunciato nell’infanzia e che adesso era diventato uno dei miei propositi.

Ovviamente il karate non finisce mai. Scriveva il maestro Funakoshi: “Karate no shuryo wa issho de aru.” Il karate è per tutta la vita.

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L’inno degli italiani che vivono all’estero

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Pudore (dal dizionario italiano-olandese)

Quando ho ripreso col karate qui in Olanda, mi è capitato di frequentare delle lezioni con gente di tutte le età, bambini compresi.
Ora bisogna sapere che agli allenamenti di karate ci si presenta indossando il karate-gi, che sarebbe un vestito di cotone grezzo e molto doppio, formato da un paio di pantaloni, una giacca e una cintura.
A meno che non si tratti di versioni moderne con l’elastico, i pantaloni tengono su grazie a dei lacci che si stringono in vita. La giacca, di per sé molto ampia, richiede di essere allacciata tramite due coppie di lacci all’altezza dei fianchi, mentre la cintura si annoda alla vita con un complesso meccanismo di sovrapposizioni e doppi nodi.

È naturale che i giovani allievi, soprattutto ai primi tempi, abbiano qualche difficoltà a indossare il karate-gi. Di solito chiedono aiuto al maestro o a qualche grande che si trova nei paraggi.

A volte, però, capita che gli allievi siano davvero piccoli (tra i cinque e sette anni, per intenderci) e allora la faccenda diventa complicata. Se a quell’età allacciarsi le scarpe può rappresentare un problema insormontabile, figuriamoci cosa possa significare indossare il karate-gi.

Siccome il karate è una disciplina per tutte le età, negli spogliatoi si vedono individui che vanno dai cinque agli ottantacinque anni (o anche più).

Un giorno mi è capitato di vedere una signora che entrava col bambino nel nostro spogliatoio. All’inizio ho pensato che si fosse sbagliata, ma poi ho capito che quello che si stava sbagliando ero io.
Come se nulla fosse, la signora ha fatto sedere il figlio sulla panca, lo ha spogliato e l’ha aiutato a indossare il karate-gi.
La cosa più strana, a mio avviso, è stata l’assenza di reazioni da parte degli altri. Nessuno ha protestato, nessuno ha commentato, nessuno sembrava essersi accorto della donna che aiutava il proprio bambino nel bel mezzo di uno spogliatoio maschile.
Tutti hanno continuato a fare quello che stavano facendo, cioè restare togliersi i vestiti di dosso, restare in mutande e infilarsi dentro a un karate-gi.
Devo dire, giusto a scanso di equivoci, che la signora che accompagnava il putto non era un’esaltata di mente o una guardona, perché nel corso degli allenamenti ho potuto appurare che qualche altra mamma si è aggiunta alla muliebre compagnia.

Anche stavolta, nessuno ha fiatato.
La verità è che, qui in Olanda, a nessuno verrebbe mai di strillare per essere stato sorpreso/a in déshabillé, mentre in Italia basta girare la maniglia di una porta che qualcuno ha dimenticato di chiudere a chiave per farsi distruggere i timpani.

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I ricatti dei piccoli giornalisti-editori

Non so se avete mai notato il fenomeno della cosiddetta “free press”, ovvero quei periodici di informazione che sono distribuiti gratuitamente e si trovano generalmente sul tram, nelle stazioni ferroviarie o sui tavolini dei bar.
Esistono giornali distribuiti gratuitamente nelle più grandi aree metropolitane, dando l’impressione che la pubblicazione sia destinata a un pubblico nazionale (per esempio “Leggo”, di Caltagirone Editore), oppure esistono versioni italiane di catene internazionali di free press (come lo svedese “Metro” della Modern Time Group). Ad ogni modo, non è della free press nazionale che mi preme parlare ma di quella locale, assai più interessante dal punto di vista massmediologico.

Svariati quotidiani e un numero enorme di settimanali gratuiti sommergono ogni città di provincia. Vi siete mai chiesti come mai, visto che sono delle pubblicazioni esteticamente orribili, povere di contenuti, inaccurate ed estremamente dannose all’ambiente?

Tra l’altro, l’editoria è in perenne crisi, i lettori scarseggiano, i grandi giornali vivono da parassiti grazie ai finanziamenti pubblici. Come mai, allora, le pubblicazioni gratuite locali prosperano e si moltiplicano? Come si sostengono i costi per pagare le spese fisse della redazione (luce, telefono, riscaldamento, manutenzione computer, licenze dei programmi), la tipografia e il compenso che spetta ai collaboratori?

Il trucco è semplice.
Prima di tutto, niente redazione. Per mettere insieme otto paginette alla settimana bastano un paio di giornalisti (o pseudo tali), che scrivano qualche pezzo nel tempo libero. Tanto a loro il tempo libero non manca, soprattutto se sono tra i pochi fortunati che hanno ancora un vecchio contratto a tempo indeterminato, sono assunti dal giornale per il quale scribacchiano senza troppa passione tutti i santi giorni e ricevono lo stipendio anche se scaldano la poltrona. Ecco, molti articoli che finiscono sui periodici locali distribuiti gratuitamente sono scritti nelle redazioni di giornali un po’ (ma senza esagerare) più seri durante quelle lunghe pause che generalmente il giornalista stipendiato dedica al dolce far nulla, al rito del caffè e alle chiacchiere da saloon coi colleghi del suo rango. Verè che le redazioni sono invase da precari, ma agli occhi di questi ultimi i caporedattori e i cronisti raccomandati si mostrano sempre indaffarati anche quando scaldano la poltrona.
Di questo passo i pezzi da destinare alla pubblicazione free press si mettono insieme in modo abbastanza scriteriato lungo il corso della settimana e si scrivono sul posto di lavoro ufficiale o a casa. Così si evitano i costi per mantenere una redazione vera (intesa come luogo). Nel riquadro dove si riporta la gerenza del giornale, e al tribunale presso cui la testata è registrata, si fa normalmente figurare l’indirizzo di casa del direttore. Che per legge è un giornalista. Che spesso è anche l’editore.

Secondo punto. Niente collaborazioni retribuite. I collaboratori, se vogliono, lo devono fare a “titolo gratuito”. Dopotutto il mondo è pieno di aspiranti giornalisti, scriventi maldestri, stagisti e studenti universitari che scriverebbero gratis in cambio della gloria. E poi, sai che soddisfazione vedere la propria firma, anche sulla cartastraccia. Qualche collaboratore più sveglio, ogni tanto, riesce a strappare la promessa che un giorno potrà iscriversi all’ordine dei giornalisti col beneplacito dell’editore e del direttore responsabile – per chi non lo sapesse, requisiti entrambi necessari per accedere all’albo professionale. Nel frattempo, visto che ci vogliono non meno di due anni, continua a cedere alle promesse da marinaio e a scrivere gratis. Dopotutto scrive sempre per una testata free.

Terzo punto: la pubblicità. Argomento spinoso, questo, che dovrebbe rappresentare l’introito principale del giornale, quello che dovrebbe garantire la vita della pubblicazione, pagando gli stipendi dei giornalisti e i conti della tipografia.
Diciamo subito che il negozio dietro l’angolo non è disposto a pagare grosse cifre per un’inserzione. Ricordiamoci che si tratta di un periodico a diffusione locale. I lettori non sono che diverse centinaia – quando va bene – e il tornaconto dell’inserzionista, in termini di marketing, è sempre limitato.
A questo punto entrano in scena quell’atteggiamento tipico, e del tutto italiano, che è proprio della stampa locale: rapporti con amministratori ed enti comunali e provinciali, tresche, inciuci, connivenze, strizzate d’occhio. Favori in cambio di privilegi. Una mano aiuta l’altra. Spartiamoci la torta e mangiamoci tutti quanti.
La pubblicità della free press locale, quella sostanziosa e generosa, viene dalle pubbliche amministrazioni. Il piccolo artigiano o il commerciante che sporadicamente acquistano per una manciata di Euro uno spazio sul giornale non risollevano di certo i bilanci della pubblicazione.
Il giornale campa con pochi ma ben assestati interventi che vengono dalla Provincia, dal Comune, dall’Assessorato tal dei tali. Finanziamenti elargiti con il denaro pubblico, che vanno a finire nelle casse di questi giornalacci sottoforma di pubblicità di eventi, e grazie ai quali i piccoli quaquaraquà della politica locale tengono a bada la stampa, potenzialmente ostile nei loro confronti.

Ecco, a questo punto, che si instaura un rapporto perverso tra politica locale e free press locale. Da una parte c’è il politicante di turno – sindaco, assessore, consigliere, presidente della provincia, direttore di azienda sanitaria – che si ingrazia un’organo di stampa potenzialmente scomodo qualora cominciasse a fare il proprio dovere (leggi: domande scomode, investigazioni giornalistiche, inchieste sull’operato della pubblica amministrazione, resoconto imparziale sulla qualità dei servizi erogati ai cittadini). Dall’altra c’è il giornalista che, da solo o insieme a qualche collega, si trasforma in editore e si inventa un giornale orribile solo per incassare soldi della pubblicità pagata con le tasse dei cittadini. Altro che informare la collettività… Certi giornalacci locali, di fatto, rubano i soldi alla gente e si nutrono, come sanguisughe, delle tasse versate dagli stessi potenziali lettori.

Ogni tanto, a causa di qualche incomprensione, o magari perché la torta disponibile è troppo piccola, la pubblicità non arriva. Qualche giornaletto rimane escluso dalla pioggia di gettoni che casca dalle amministrazioni locali e va a piovere sulle altre testate concorrenti. E allora, che si fa?
Il direttore, che come abbiamo detto è spesso anche l’editore, scrive un editoriale sgrammaticato, dove attacca il politico che non gli ha concesso lo stesso trattamento d’oro riservato agli altri. Certo, non lo accuserà di avergli fatto mancare una ghiotta somma di denaro, ma troverà qualche altro pretesto per attaccarlo. Trovare una pecca nell’operato di un politico è la cosa più semplice al mondo, anche per il più incompetente dei giornalisti.

Se il politico non si ravvede, la free press locale continua a martellare su di lui e sulla sua reputazione. Finché si trova di nuovo un accordo e si ricompone l’armonia spezzata: una pubblicità più consistente al prossimo turno, un favore personale, oppure un incarico di ufficio stampa alla prossima manifestazione dell’assessorato. Dopotutto, il giornalista-direttore-editore è liberissimo di esercitare la libera professione e farsi pagare profumatamente per un impegno che gli viene offerto dal caro amico assessore.

© Giuseppe Raudino

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