Luglio 29, 2008

Attesa per l’uscita del romanzo di Abdolah

“Ho scritto questo libro per l’Occidente. Ho scostato il velo per mostrare l’Islam come modo di vivere… un Islam moderato, domestico, non quello radicale.”
Kader Abdolah spiega con queste parole la motivazione profonda che lo ha spinto a scrivere La Casa nella Moschea (titolo originale Het huis van de moskee), la cui traduzione italiana vedrà la luce nei primi di settembre grazie a Iperborea (pp. 472 – € 18,50 – ISBN 978-88-7091-163-3).
Kader Abdolah è nato in Iran nel 1954 ed è stato perseguitato prima dal regime dello scià e poi da quello di Khomeini. Nel 1988 ottiene asilo politico in Olanda, dove ricomincia una nuova vita, impara la lingua e diventa l’autore di romanzi di successo scritti direttamente in olandese.
Iperborea, casa editrice specializzata nella letteratura del Nord Europa, ha già pubblicato diverse opere di Abdolah.

Per chi vuole comprendere la cultura del popolo olandese, le opere di Abdolah offrono un preziosissimo spunto e un ritratto fresco e genuino di questa nazione.

Giugno 30, 2008

Maiorca in moto

Metti a fine giugno una vecchia Honda CB 250, l’asfalto cocente, il mare, la montagna e tante curve. L’isola è carezzata dal Mediterraneo, affollata lungo le coste da orde di turisti inglesi e tedeschi, ma assolutamente deserta lungo la Sierra de Tramontana (o Serra de Tramuntana, come la chiamano nella lingua locale).

Il sole si era momentaneamente nascosto dietro alcune nuvole di passaggio che, nel loro transito, hanno portato un enorme sollievo a due braccia fisse sul manubrio che rischiavano di finire ustionate.

Paesini, uno dopo l’altro, uno più caratteristico dell’altro. Scorci maestosi, profumo di pini, il rumore delle onde percepibile anche col mare in lontananza, perché anche se l’acqua era lontana, il suono dei flutti contro le rocce te lo porti dentro, in un’isola come Maiorca.

Giugno 28, 2008

Giornalista freelance: la proposta editoriale (3/3)

Meglio contattare il caporedattore al telefono o scrivere una lettera? Meglio una lettera o un’e-mail?

Questi sono i primi dubbi che si pone l’aspirante freelance. Data la timidezza iniziale, generalmente si opta per l’ultima soluzione, che poi è quella meno efficace (a meno che non si abbia un’idea esplosiva).

Un’idea timida, infatti, può essere discussa con più efficacia al telefono, perché il quel caso il caporedattore interviene, suggerisce, commenta. E’ inevitabile: al telefono corregge, e possibilmente accetta; lettere e e-mail vengono cestinate con estrema facilità.

Telefonare è dunque la migliore soluzione per rompere il ghiaccio. Ci si può affidare alle e-mail per le comunicazioni successive, quando il nostro nome non sarà più sconosciuto, ma è meglio comunciare sollevando la cornetta.
L’importante è combattere contro la propria timidezza e vincere.

Prima di effettuare la chiamata, facciamo uno script della telefonata. Annotiamo nome e cognome della persona con cui vogliamo parlare (ed eventuali sostituti); definiamo l’argomento che vogliamo proporre; prepariamoci a suggerire l’eventuale sezione del giornale che potrebbe ospitarla (viaggi in moto, gastronomia, spazio donna, benessere, medicina alternativa, economia…); basandoci su articoli simili apparsi nel giornale che stiamo contattando, suggeriamo la lunghezza che potrebbe avere il nostro pezzo
e le foto che possiamo fornire; chiediamo al caporedattore se vuole dare un’occhiata alle foto in bassa risoluzione e chiediamogli la sua e-mail personale; promettiamo di inviare entro qualche giorno un riepilogo della proposta per e-mail; chiediamo quanto possiamo aspettarci (di soldi) per questo lavoro.

Generalmente il caporedattore è una persona cordiale e alla mano, sempre a stretto contatto con la gente. Per sua natura (altrimenti farebbe un altro mstiere) tende a comunicare bene con gli altri e si abbandona facilmente a una chiacchierata distesa con gli sconosciuti, a meno che noon sia in chiusura col giornale e non abbia il tempo di respirare tra una bozza e l’altra che devono andare urgentemente in tipografia.
Evitiamo quindi di chiamare in periodi “caldi”, cioè appena prima dell’uscita del giornale. Le telefonate migliori sono nella settimana successiva, quando troveremo il nostro caporedattore con le antenne protese a catturare nuove idee per i numeri successivi.

Man mano che si diventa più esperti, l’approccio con un nuovo giornale può avvenire anche tramite e-mail, anche se la classica lettera con busta e francobollo indirizzata alla persona giusta (non genericamente “alla redazione del giornale tal dei tali”) aumenta la probabilità di una risposta.
Il fatto è cghe il caporedattore è una persona oberata di lavoro e positivamente pigra, nel senso che sa benissimo quale idea potrebbe andare bene per i suoi lettori ma non ha tanta voglia di proporla lui ai collaboratori. Al contrario, aspetta passivamente che un’ottima idea gli piova dal cielo, limitandosi ad approvarla.

Per queste ragioni, non bisogna dilungarsi con la proposta scritta. Bastano dieci, venti righe per esprimere un’idea perfetta. Evitiamo di inserire il nostro curriculum (il caporedattore valuta idee e non risorse umane, altrimenti sarebbe il capo del personale), evitiamo i complimenti per i contenuti del giornale (le adulazioni sono da pivelli) e passiamo dritti al sodo.

Ecco un esempio di come cominciare la nostra proposta:

Caro Beppe Rossi,

le scrivo per proporle un servizio fotogiornalistico sulla vita notturna dei giovani universitari Oslo. Malgrado le apparenze di una nazione pacifica e rispettosa delle regole, sembra che la trasgressione sia la parola d’ordine del divertimento vissuto tutte le notti da studenti e studentesse norvegesi.
Dopo aver trascorso due mesi nella capitale sandinava per motivi di studio, sono entrato in contatto con gli ambienti più alla moda e le abitudini più stravaganti di questi timidissimi e biondissimi ragazzi, che di giorno frequentano il prestigioso ateneo della loro città con impeccabile attitudine e la sera si trasformano in scanzonati adolescenti, trovando nell’alcool il giusto conforto per la loro connaturata timidezza e dimostrando col sesso il proverbiale grado di libertà ed emancipazione raggiunto dai nordici.

Niente presentazioni, niente curriculum, niente fronzoli inutili. E’ questo ciò che il caporedattore si aspetta da un potenziale collaboratore. Lo stesso vale per lo stile della proposta. Il linguaggio deve essere fresco, snello, accattivante, concepito in uno stile simile a quello che propone la rivista alla quale ci si rivolge. In più deve incuriosire, deve lasciare in sospeso qualcosa, deve raffigurare delle scene non del tutto svelate, in modo tale che il caporedattore sia incentivato a proseguire nella lettura o a fare domande, a contrattare il contenuto del pezzo.

A questo punto, come proseguire con la proposta?
Bisogna indicare le cose importanti: lunghezza, prospettiva, corredo fotografico, tempi di consegna.

Nel mio pezzo pensavo di dare voce a un paio di studenti e studentesse norvegesi in grado di svelare qualche particolare più piccante e inedito delle serate. In più potrei intervistare alcuni italiani che studiano temporaneamente a Oslo, che potrebbero commentare le differenze culturali e gli aspetti legati alla socievolezza.
L’articolo dovrebbe avere una lunghezza di circa 15000 caratteri e potrebbe essere corredato da un buon numero di scatti digitali in alta risoluzione. Nel caso fosse interessato alla mia idea, il pezzo potrebbe essere consegnato entro venti giorni.

A quel punto, se abbiamo scelto il giornale giusto e abbiamo proposto l’argomento giusto… il gioco è fatto. L’importante, però, è non dimenticarsi mai dell’aspetto economico: prima di procedere, senza peli sulla lingua, domandiamo quanto sono disposti a pagare per testo e foto.

Infine, teniamo presente una cosa: qualunque sia la cifra, generalmente possono arrivare al doppio. Contrattare è certamente possibile, ma all’inizio bisogna anche accontentarsi e creare il proprio network di contatti.

Chi è il giornalista freelance? Scoprilo in questo post.

Vuoi sapere dieci regole per diventare freelance? Leggi questo post.

Giugno 17, 2008

Europei 2008 e il “biscotto”

A una dozzina di ore dagli incontri Italia-Francia e Olanda-Romania, la stampa italiana avverte l’opinione pubblica che i bookmakers danno favorita la Romania e che, di conseguenza, vedono più probabile l’ipotesi “biscotto”, ovvero un accordo tacito tra la nazionale olandese e rumena a scapito di quella francese e italiana.

Gli scommettitori, di solito, ci indovinano, altrimenti farebbero un altro mestiere nella vita. Io, invece, non sono bravo con le scommesse sportive ma qualcosa vorrei pur dirla.

In questo caso è stata valutata la psicologia dell’olandese. Gli olandesi non sono come gli italiani, furbetti dal più piccolo dei quartieri al più grande dei Palazzi, e non amano le cospirazioni. Le cospirazioni sono pane quotidiano per gli abitanti dello stivale, dal tempo dei romani fino ai Comuni e al Rinascimento, quando nobili signori e famiglie potenti erano selvaggiamente in lotta tra di loro per il potere (ancora oggi la situazione non mi sembra particolarmente cambiata).
Le cospirazioni sono pane quotidiano per i francesi (Robespierre, la ghigliottina e la rivoluzione lo confermerebbero).

Ciò che non è chiaro agli scommettitori è che le cospirazioni non sono (più) pane quotidiano per gli olandesi, che in linea di massima sono gente seria, onesta e ligia ai propri doveri. Hanno dichiarato che daranno il massimo nella partita contro la Romania? Hanno lasciato intendere che giocheranno bene, anche a rischio di incontrare nuovamente Italia o Francia in semifinale? Bene, lo faranno.

La mia scommessa, dunque, è che manterranno fede alle loro promesse. L’Olanda non è né una squadra né un popolo che ha voglia di perdere la faccia o rimetterci la reputazione per una partitella al biscotto. Chi non si preoccupa di perdere la faccia, di solito, sono gli italiani, che non si vergognano di mostrare pubblicamente i sotterfugi con cui tentano di truccare le partite del campionato, la borsa e le leggi dello Stato per i propri interessi.

Giugno 11, 2008

Lavoro e dignità

Sul Corriere della Sera del 7 giugno 2008 il giornalista Beppe Severgnini scrive che un ragazzo italiano laureato in scienze della comunicazione non accetterebbe mai un lavoro da spazzacamino. La cosa viene detta con un palese sentimento di commiserazione, in quanto Severgnini lascia intendere che il ragazzo farebbe bene ad accettare simili lavori, visto che “non c’è più molto da comunicare” e si rischia di “arrivare a quarant’anni tra contrattini e collaborazioni”.

Vorrei spiegare a Severgnini un paio di cose.

Anzitutto, non è vero che c’è poco da comunicare, visto che si tratta di una attività vecchia quanto l’uomo su questa terra e i mezzi di comunicazione si evolvono con tale rapidità da coinvolgere un numero sempre crescente di soggetti coinvolti. Lui stesso è un comunicatore, e queste cose dovrebbe saperle. Tra l’altro, dovrebbe pure sapere che molti comunicatori di oggi farebbero bene a starsene un po’ zitti, ogni tanto, almeno a giudicare dalle stronzate che dicono.

Secondo, se qualche giovane laureato in comunicazione fatica a trovare un cantuccio presso una redazione o un ufficio dove possa occuparsi di affari inerenti alle sue qualifiche, è colpa di gente ultraraccomandata e politicamente sponsorizzata, possibilmente coi capelli bianchi, che non lascia spazio a giovani più freschi e capaci.

Terzo, i contrattini e le collaborazioni sono la vergogna dell’Italia, che non si preoccupa della stabilità e del futuro dei giovani. Paghe da fame, orari di lavoro elastici (ma sempre a favore del datore), niente ammortamenti per una futura pensione: perché Severgnini, che scrive libri, articoli e tiene in mano il microfono davanti a una telecamera, non parla più ampiamente di queste cose? Perché non ci informa sul precariato con dovizia di particolari anziché parlarci di spazzacamini e della nobile umiltà di chi pratica questa professione?

Quarto, l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. Mi pare che una sessantina d’anni fa questo fosse chiaro, tanto da andarlo a scrivere nel primo articolo della Costituzione.
Chi ha tradito lo spirito della Costituzione italiana? Con quali leggi? Come si permette, qualcuno, di affermare che un laureato farebbe meglio a improvvisare una carriera da spazzacamino? Se uno ha studiato, è bene che segua le proprie aspirazioni e svolga un lavoro attinente alle materie su cui si è formato. E’ un diritto sacrosanto di ogni cittadino, trovare un lavoro che lo soddisfi. Se questo non è possibile, ciò è dovuto a chi ha trasformato l’Italia in una nazione sottosviluppata, nella quale non si va avanti per meriti e persino le attività che richiedono cultura, intelligenza, istruzione e preparazione tecnica vengono “assegnate” dai potenti in base alle amicizie.

Ecco come si è ridotta l’Italia: chirurghi politicanti, primari ospedalieri con la tessera di partito, assessori e sindaci con quote e azioni di cliniche private, giornalisti obbedienti, intellettuali di basso rango che predicano lo status quo (l’intellettuale dovrebbe invece porre nuovi problemi, aprire discussioni), scrittori adulatori del potere, imprenditori che sfruttano i dipendenti col beneplacito dei governi, che a loro volta sono fatti da imprenditori, editorialisti che auspicano il ritorno ai mestieri di una volta.

Solo su una cosa Severgnini ci ha visto bene: personalmente, anche se fossi laureato in qualche altra cosa e non in scienze della comunicazione, riterrei offensiva la soluzione di fare lo spazzacamino, e spero che la pensino così tutti i laureati italiani. Non si tratta, come tenterà qualche malizioso, di screditare la figura dello spazzacamino, che come uomo vale quanto un medico. Qui si tratta di tenere alta la considerazione che si ha di se stessi, senza dover accettare per forza dei lavori che sono al di sotto della propria formazione. Gente come Severgnini, gente come il signor Bagli che gli ha scritto una lettera melensa, e gente come i nostri politici che gridano al bamboccione ed esortano a fare lavori manuali anche con la laurea, non fanno altro che attentare alla dignità di chi ha studiato, spesso con sacrifici economici ingenti da parte della famiglia, laddove lo Stato è latitante e non finanzia né gli studi né la ricerca dei suoi giovani.


Giugno 10, 2008

L’Italia battuta dall’Olanda

Durante la partita ho ricevuto numerosi messaggi dai miei amici olandesi. Mi chiedevano, per lo più, se mi stessi divertendo almeno quanto si stavano divertendo loro.
E’ stata una sconfitta storica, proprio nel giorno in cui tutti, qui in Olanda, si aspettavano con aria rassegnata un trionfo italiano.
A questo punto, mi domando fino a quando durerà l’orgoglio olandese per aver battuto i campioni del mondo in carica? Credo che loro, e forse anche noi, difficilmente ci scorderemo di questa partita.


Giugno 9, 2008

Spot del romanzo “L’isola del tempo”

Giugno 6, 2008

Comprare l’informazione

La politica compra spazi pubblicitari su un quotidiano e il quotidiano ringrazia la politica a modo suo, dando spazio in prima pagina alle stupidaggini di chi ha pagato.

E’ il caso dell’Mpa di Raffaele Lombardo e il quotidiano La Sicilia, che il 5 giugno 2008 mostra in prima pagina due manchette elettorali dedicate al movimento autonomista. Pochi centimetri più in basso, lo stesso giornale dedica un titolo di apertura al presidente della Regione Siciliana, che prima terrorizza i lettori avvertendoli del rischio che in Sicilia accada quello che è successo a Napoli con i rifiuti, e poi sollecita la costruzione di dieci inceneritori sull’isola.

La soluzione di Lombardo è eccezionale, in quanto auspica per il popolo siciliano una bella boccata di aria sporca e cancerogena al posto di un’intossicazione per il mancato e corretto smaltimento dei rifiuti.

Per sovrabbondanza, il quotidiano catanese regala a Silvio Berlusconi, amico e alleato politico di Raffaele Lombardo, un editoriale di Tony Zermo (uno che ha la lingua lunga).
Una volta gli editoriali erano scritti da gente seria che costruiva delle analisi politiche attente e scrupolose; oggi quello spazio è occupato da veline suggerite dalla politica e testi di propaganda elettorale.

Giugno 4, 2008

Intervistato da Lulu

Ancora una nuova intervista sul mio romanzo L’isola del tempo. Questa volta sono stato contattato direttamente da Lulu, l’azienda di print-on-demand con la quale ho pubblicato il romanzo, che cura una newsletter mensile. Essendo il mese di giugno 2008 dedicato al tema del viaggio e delle guide, la mia opera si è guadagnata un posto di rilievo tra le segnalazioni.

Potete leggere l’intervista, che è stata riportata anche sul blog di Lulu, cliccando qui o sull’immagine sotto.

Giugno 3, 2008

Giornalista freelance: dieci regole per diventarlo (2/3)

1) Scrivere, scrivere, scrivere. L’esercizio della scrittura va mantenuto costante. Non importa ciò di cui si scrive, punché si scriva. Si possono riscrivere pagine di autori famosi cambiando lo stile, si possono fare riassunti, giochi di parole, anagrammi, si possono tenere diari on-line o intensificare le email con gli amici, sforzandosi di andare oltre le tre righe.

2) Farsi venire un’idea partendo da quello che più ci piace o che meglio conosciamo.
Qualunque cosa, infatti, è potenzialmente interessante per qualcuno e può diventare un articolo.

3) Presentare l’idea.
Avere un’idea brillante non significa ancora nulla. Bisogna farla piacere al caporedattore o al direttore di turno, e per raggiungere questo obiettivo è necessario presentarla in modo chiaro e accattivante. Senza dilungarsi troppo (vanno bene dieci/venti righe) bisogna essere in grado di spiegare di cosa si tratta, quali sono i punti di forza dell’idea (creatività, rilevanza del soggetto, originalità della prospettiva con cui si racconta, etc.) e perché dovrebbe interessare i lettori del giornale. Anche se si parte dalla stessa idea, ogni proposta deve essere adattata alle esigenze del giornale a cui la si sta proponendo, e per farlo bisogna conoscerne lo stile, la lunghezza media dei pezzi, il tono, il tipo di lettore medio.
Ad ogni modo, si tratta di un passaggio assai delicato che necessita un post a sé stante.

4) Contattare la persona giusta.
L’idea per un articolo deve essere indirizzata, se possibile, alla persona giusta. Se si comincia una proposta con un generico “Egregio direttore” si passa per pivelli e principianti sfigati. Se il nome del caporedattore compare sulla gerenza (il riquadro dove vengono riportati i nomi di chi fa parte della redazione), rivolgersi a lui direttamente, anche al telefono se è il caso.

5) Non allegare curriculum e non perdere tempo a specificare la propria preparazione scolastica.
Chi legge le nostre proposte non ha interesse nella nostra vita ma nelle idee che siamo in grado di offrire al giornale. Un giornalista freelance valido non è tale (solo) grazie al suo curriculum, ma vale in base a quello che pensa e che scrive. La proposta stessa offre un primo impatto su cui il caporedattore può basarsi per dare un giusizio sulle nostre capacità di scrittura, per cui attenzione agli errori, alle frasi banali e ai passaggi poco chiari.

6) Se il caporedattore è interessato, bisogna agire da professionisti. Bisogna parlare di soldi, tempi di consegna, lunghezza del pezzo, numero di foto che eventualmente dobbiamo offrire a corredo del pezzo. Lasciamo che la prima offerta economica sia il caporedattore stesso a farla e non dimentichiamoci che si tratta di somme quasi sempre negoziabili.

7) Imparare a usare decentemente una macchina fotografica digitale.
Il mercato ne offre alcune a prezzi accessibili e dalle caratteristiche eccezionali. Delle belle foto aumentano la probabilità di veder pubblicato il proprio pezzo.

8 ) Organizzare una cartella con i propri lavori.
Man mano che ci viene pubblicato del materiale, facciamo una piccola rassegna stampa, fotocopiando, ritagliando, sottolineando… A volte è il miglior biglietto da visita da presentare a nuovi caporedattori per dimostrare che qualcun altro ha avuto fiducia in noi. La rassegna, facendo attenzione alle questioni legate al diritto d’autore, potrebbe essere presentata anche on-line sul nostro sito, rendendola facilmente accessibile ed evitando i costi postali per inviarla alle nuove redazioni con cui tentiamo un nuovo approccio.

9) Recuperare i crediti.
Tra le mansioni spiacevoli che toccano al giornalista freelance fare c’è pure questa. Alcuni editori pagano 90 o addirittura 120 giorni dopo la pubblicazione. In questi casi bisogna armarsi di pazienza e aspettare, controllando alla scadenza che il pagamento sia in ordine. Altri fanno finta di dimenticarsi del pagamento, ma di solito pagano dopo il primo sollecito telefonico o per email. L’importante, comunque, è non aver paura di chiedere ciò che ci spetta: altrimenti non è questa la professione che fa per noi.

10 ) Essere intraprendenti, crearsi un giro di contatti con aziende, enti e persone che possono offrirci lo spunto e il materiale per un articolo. Gli uffici stampa di musei, associazioni culturali, segreterie politiche, organizzazioni, aziende e istituzioni saranno felicissimi di collaborare con voi.

Leggi il post su chi è il giornalista freelance e cosa fa.

Leggi il post su come redigere una proposta editoriale.